L'accesso al giudizio di legittimità

La Corte Costituzionale, con maggiore frequenza che negli anni passati, ha avuto occasione di pronunciarsi diverse volte in relazione al parametro della copertura finanziaria delle leggi ed ha emesso sentenze di rilievo sul tema.

Ai sensi dell’art. 134 Cost. alla Corte Costituzionale è affidato il giudizio sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni; il giudizio sui conflitti di attribuzione fra i poteri dello Stato, fra lo Stato e le Regioni e fra le Regioni; il giudizio sulle accuse promosse nei confronti del Presidente della Repubblica; il giudizio sull’ammissibilità del referendum abrogativo ai sensi dell’art. 2 della Legge costituzionale 1/1953.

Lo studio che segue intende soffermarsi sulle questioni che riguardano il sindacato di legittimità costituzionale delle leggi regionali in materia di copertura finanziaria con particolare riferimento al parametro di cui all’art. 81 della Costituzione.

Il parametro nel giudizio di legittimità costituzionale è costituito dal termine di confronto attraverso cui sindacare la costituzionalità dell’atto impugnato ed è il dato normativo sulla base del quale la Corte rileva o meno la sussistenza del vizio di legittimità; in sostanza, esso è rappresentato dalle disposizioni costituzionali che si assumono violate da parte delle norme contestate.

Con la legge costituzionale 3/2001 la rilevanza del parametro viene esplicitata al 1° comma dell’art. 117 Cost., ove legge statale e legge regionale sono poste sul medesimo piano e dove si precisa che la potestà legislativa dello Stato e delle Regioni deve esercitarsi «nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali».

Per accedere al giudizio di legittimità costituzionale l’art. 127 della Costituzione e la legge costituzionale 1/1948 prevedono due modalità diverse: il giudizio in via principale e quello in via incidentale.

I soli soggetti legittimati ad impugnare una legge di fronte alla Corte Costituzionale in via principale sono lo Stato e le Regioni. Non è dunque configurabile nel nostro ordinamento la legittimazione ad adire la Corte da parte di altri soggetti, quali i singoli cittadini che lamentino la lesione di diritti fondamentali.

Con le modifiche introdotte dalla legge costituzionale 3/2001 il procedimento per impugnare le leggi regionali ha subito profondi cambiamenti. In particolare sono stati aboliti tutti i controlli preventivi, equiparando la posizione delle Regioni a quella dello Stato.

La revisione della Costituzione ha modificato l’art. 127 Cost., prevedendo che il ricorso di legittimità da parte dello Stato e delle Regioni per sollevare problemi di incostituzionalità riguardo leggi statali e regionali è successivo: esso deve essere esercitato entro sessanta giorni dalla pubblicazione delle leggi.

Permane la differenza tra ricorso statale e ricorso regionale con riguardo ai vizi di legittimità denunciabili.

Infatti, la Regione può contestare una legge dello Stato o di altre Regioni soltanto quando la sua sfera di competenza subisce delle limitazioni ed il relativo ricorso è promosso dal Presidente della Regione, previa delibera della Giunta regionale.

Con la recente sentenza  n. 236/2013 la Corte costituzionale ha confermato che «le Regioni sono legittimate a denunciare l’illegittimità costituzionale di una legge statale anche per violazione delle competenze proprie degli Enti locali” perché la «stretta connessione in particolare [...] in tema di finanza regionale tra le attribuzioni regionali e quelle delle autonomie locali consent(e) di ritenere che la lesione delle competenze locali sia potenzialmente idonea a determinare una vulnerazione delle competenze regionali» (sentenze n. 298 del 2009, n. 169 del 2007, n. 95 del 2007, n. 417 del 2005 e n. 196 del 2004).».

Sempre nella sentenza poc’anzi citata, si richiama  anche una costante giurisprudenza della Corte: «le Regioni sono legittimate a denunciare la legge statale anche per la lesione di parametri diversi da quelli relativi al riparto delle competenze legislative ove la loro violazione comporti una compromissione delle attribuzioni regionali costituzionalmente garantite o ridondi sul riparto di competenze legislative (ex plurimis, sentenze n. 128 e n. 33 del 2011, n. 156 e n. 52 del 2010). Nel caso in esame l’automatica soppressione di tutti gli enti strumentali degli enti locali impedisce che questi possano svolgere anche le funzioni eventualmente conferite ai medesimi dal legislatore regionale nell’esercizio delle proprie competenze legislative. Risulta evidente, pertanto, che la questione, se pure sollevata in relazione agli artt. 3 e 97 Cost., coinvolga anche le attribuzioni costituzionali delle Regioni.»

Di contro, lo Stato può impugnare una legge regionale per denunciare il contrasto con qualsiasi parametro di legittimità costituzionale.

Mentre la Regione deve dunque dimostrare la concreta invasione di una sfera di competenza propria, il Governo non deve dimostrare un concreto interesse a ricorrere, in quanto agisce a tutela dell’ordinamento giuridico complessivo.

In definitiva, soltanto lo Stato e le Regioni possono ricorrere direttamente alla Corte costituzionale, cosicché gli altri soggetti che non possono adire direttamente il Giudice delle leggi hanno comunque la possibilità di intervenire in via incidentale.

Il ricorso davanti alla Corte in via incidentale va promosso nel corso di un giudizio di fronte ad un’autorità giurisdizionale. Nel corso di qualunque processo,sia le parti sia il giudice (giudice a quo) possono sollevare questione di legittimità costituzionale.

Stante a quanto previsto dall’art. 23 della legge 87/1953, il giudice a quo deve comunque verificare la sussistenza di due presupposti fondamentali all’avvio della procedura: la questione deve essere «rilevante e non manifestamente infondata